Salina Calcara di Trapani e Paceco - Foto panoramica

Saline di Trapani e Salina Calcara: panoramica

Le Saline trapanesi sono tutte collocate presso Contrada Nubia, nel Comune di Paceco, estendendosi fino ad arrivare alla frazione di Marausa nel Comune di Trapani.

Visita virtuale con video interviste che illustrano le origini storiche della salina e le attività di sali-coltura svolte tradizionalmente presso i bacini salmastri di accumulo del sale, adiacenti alle Case Calcara.
Gettiamo anche uno sguardo sintetico e completo sulla tradizione, la storia e le attività di sali-coltura delle Saline di Trapani più in generale con delle interviste espositive all’avvocato Palermo e figli.

Diamo, col video tour che segue, un sguardo dall’alto della Salina e delle Case Calcara per poter ammirare la sua bellezza e la sua natura.



La riserva naturale delle Saline trapanesi sa sempre suscitare emozioni, simili a quelle di chi ammira un quadro in tutta la sua bellezza… Sii perché anche la natura ha la sua vena artistica e la sua armonia.
Passeggiando lungo i bordi delle vasche nelle ore che precedono il tramonto, si ha la possibilità di entrare in contatto con una natura sorprendente e suggestiva.
Un contrasto di colori, un profumo unico che si propaga nell’aria e un senso di serenità che avvolge l’anima. Visitare le saline è un’opportunità per passeggiare tra mulini a vento e cumuli di sale bianchissimo che si riflettono, in un magnifico gioco di luci e colori, nelle vasche di acqua calda: alcune di colore blu, altre di colore rosa.
Per conoscere più da vicino l’attività svolte nell’area della riserva, quasi mille ettari costituiti da saline di proprietà privata in cui viene tuttora praticata la sali-coltura (iniziata dai fenici), si può optare per una visita guidata presso la nostra salina.





Per info e prenotazioni visite guidate:
[ Tel. Rossana: 320 7961240 | Mail: salinacalcara@gmail.com ]
[ Sito: www.salinacalcarapaceo.eu ]


Salina Calcara di Trapani e Paceco - Foto storica

Storia della Salina Calcara: origini e proprietà delle Case Calcara

Le Case Calcara erano già realizzate nel 1586, rispetto all’impianto della salina che risale al 1504, quando Alessio de Alfonso, – nipote di Antonio costruttore della salina e figlio di Francesco -,  fece edificare la chiesa o cappella di S. Alessio, per celebrarvi la S. Messa nei giorni di Domenica e solennizzare il giorno memoriale del Santo, il 17 Luglio.
L’esistenza della cappella viene confermata nel 1605, dallo storico Orlandini,  nel 1759 dal letterato V. M. Amico e  nel 1810 da padre Benigno da Santa Caterina.
Le Case sono dichiarate nel 1593 da Biancofiore Riccio,  moglie di Alessio di Alfonso,  e col matrimonio della figlia Olimpia con Cesare Ferro passano dal 1622 al 1838 nel patrimonio della casata Ferro.
In quel periodo sono in proprietà di Giovanni di Ferro, Cav. Berardo XXV di Ferro, Giuseppe Maria di Ferro, Giuseppa di Ferro e Donna Maria Fardella vedova Sicomo, ultima erede della famiglia Ferro.
Il letterato V. M. Amico, (1759), nel suo Lexicon Topographicum siculum, definisce la Calcara:

“CALCARA Insula parva contra Drepanum. Turrem habet, & in S. Alexii memoriam ediculam”. 

Con atto del 2 Maggio 1838 sono acquistate dall’imprenditore Giovanni Maria D’Alì; famiglia che le detiene fino al 1998.
In quel periodo sono proprietari   Giovanni Ficarotta, D’Alì Maria Giovanni, D’Alì Antonio, D’Alì Giuseppe e D’Alì Irene.
Si è appreso, dagli abitanti di Nubia, che al 1953 Sottocuratolo con abitazione fu il Sig. Gucciardo Salvatore ed ultimo Custode con abitazione fu tale Noto Gioacchino da Nubia.
Dal 19 Febbraio 1998 le Case Calcara sono in proprietà del Medico trapanese Pollina Emiliana.


Salina Calcara di Trapani e Paceco - Foto storica

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Storia della Salina Calcara: origini e proprietà della Salina

Il 17 Novembre 1504  Ferdinando il Cattolico, con privilegio emesso nella città reale di Medina del Campo, concesse al Vice Almirante di Trapani Antonio Alfonso  o de Alfonso, famiglia portoghese,  il diritto di impiantare una salina.
In virtù della lettera esecutoria datata in Palermo 10 Agosto 1505 VIII^ indizione  venne data la concessione di scegliere un luogo o diversi luoghi vuoti in cui poteva essere fabbricata la salina e con lettera esecutoria del 12 Luglio 1506  IX^ indizione  prese il possesso del luogo della Calcara:

   “ fuit…inductus in possessionem dicti loci vocati Insula Calcara ubi fuit fabricata dictam salinam….cum usu dictae insule et maris accessu comunitate domorum intra salina seu intra insula….ac cum omnibus litoribus et variis edificijs “.

La Salina è dichiarata nel 1593  dai coniugi Alessio di Alfonso e Biancofiore Riccio e col matrimonio della figlia Olimpia con Cesare Ferro passa dal 1622 al 1838  nel patrimonio della casata Ferro.
In quel periodo  sono proprietari  Giovanni Ferro, Cav. Berardo XXV di Ferro,  Giuseppe Maria di Ferro, Giuseppa di Ferro e Donna Maria Fardella vedova Sicomo, ultima erede della famiglia Ferro.
Curatoli sono stati in quel periodo Leonardo o Berardo La Iannetta,  Rosario Mangiapane e Antonino Mangiapane.
Con atto  del 2 Maggio 1838 è acquistata dall’imprenditore Giovanni Maria D’Alì;  famiglia che la detiene fino al 1998.
In quel periodo sono  proprietari  Giovanni Ficarotta, D’Ali’ Maria Giovanni, D’Alì Antonio, D’Alì Giuseppe e D’Alì Irene. Si è appreso, dagli abitanti di Nubia, che al 1953 ultimo Curatolo fu il Sig. Conticello Carmelo  e Sottocuratolo il Sig. Gucciardo Salvatore.

Dal  19 Febbraio 1998 è in proprietà del Medico trapanese Pollina Emiliana.


Salina Calcara di Trapani e Paceco - Foto storica

La Salina dell’Isola della Calcara o Isola di Sant’Alessio è estesa, nell’intero, Ettari 40, Are 76, Centiare 39 e Miliare 60, composta, fin dal suo originario impianto,  da una Salina piccola, detta Stella, di Ettari 10, con 10 vasche salanti ciascuna di  mq. 900 circa, e da una Salina grande, di Ettari 21 circa, con 23 vasche salanti, rispetto alle 25 originarie,  ciascuna di  mq. 1.600 circa.
La salina piccola  è stata ristrutturata nel periodo 2002/2003 e la salina grande  nel periodo 2008/2010, dopo 50 anni di non attività.

Curatolo è il Sig. Renda Salvatore.




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Salina Calcara di Trapani - Confezioni sale integrale Salemar

Vendita sale marino di Trapani

La vendita del sale marino integrale locale, per la Salina Calcara di Trapani, non è solo un’attività di produzione e commercio, ma è in sintonia con il valore del vivere sano e naturale in cui ha sempre creduto l’azienda e la nostra famiglia.
La valorizzazione delle risorse tipiche ambientali di Trapani e dintorni resta il vero bene prezioso da vivere e amare.



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Sale marino integrale di Trapani con oligo-elementi, con e senza aromi, confezionato nei seguenti formati souvenir, a cura dell’Azienda Salemar:

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Gli addetti alla salicoltura: ruoli e gerarchia delle Saline

In passato, rispetto ad oggi, nelle saline vigeva un ben definito sistema gerarchico; esso era costituito da uomini che rivestivano delle specifiche mansioni ed espletavano ruoli diversi nell’ambito della stessa gerarchia.

Il gruppo dei salinari era caratterizzato da circa 35 operai; il coordinatore, chiamato “curatulu”, che godeva della fiducia dei proprietari, amministrava e sorvegliava gli impianti e i lavori. L’intervento del “curatulu” all’interno della salina era annuale, pertanto egli rientrava nella categoria degli “annalori”, veniva retribuito mensilmente, e usufruiva dell’abitazione per la sua famiglia e di una indennità di circa 20 centesimi per ogni salma di sale prodotta, chiamata “mazza a tumminu”.
Quando la salina era piuttosto estesa, era necessario oltre che il “curatulu”, anche un “suttacuratulu”, che lavorava o per tutto l’anno o solo per il periodo di raccolta del sale.
Un’altra figura nota nella gerarchia della salina era il “mulinaru”, colui che era addetto alla manutenzione e al funzionamento del mulino olandese “mulinu a stiddra”.
Questi, all’inizio della primavera, legava le pale di legno “‘ntinni”, procedimento che era chiamato “arbulari u mulinu”, poi vi attaccava le vele “‘mpaiava” e alla fine le allargava “‘ncucciava”, disponendole sulle varie pale e orientandole in direzione del vento “purtari u mulinu a ventu”.
Il ruolo del “mulinaru” era di estrema abilità, infatti bisognava intuire la direzione del vento e orientare il mulino; questo lavoro si prolungava per tutto l’anno, pertanto, il “mulinaru” rientrava nella categoria degli “annalori”.
Procedendo per gerarchia, troviamo gli operai che venivano assunti all’inizio della stagione del sale, detti “staciuneri”, pagati mensilmente, che pulivano i canali, ordinavano le vasche, trasferivano le acque e componevano mucchi di sale “munziddruna”, coprendoli con delle tegole.
Quando gli “staciuneri” non riuscivano ad espletare il lavoro della salina si ricorreva ad uomini di aiuto “omini d’aiutu”, tra questi vi erano anche gli apprendisti, cioè ragazzi di 14 anni che in gruppi di tre ricevevano il salario di due adulti, detti per questo “trippiddui”; vi erano pure i quindicenni che trasportavano il sale per mezza giornata e percepivano il salario al 50%, questi venivano chiamati “menzaiurnata”.

Vi erano altri operai addetti alla raccolta del sale che lavoravano a cottimo, chiamati “omini ‘dda venna”; essi si distinguevano in tre partitara ed un aiutante per ogni casella, con il compito di frantumare il sale ed accumularlo. Altri operai erano coloro che raccoglievano il sale con le pale “palitteri” ed altri con le ceste “cattiddrara”; infine c’era un altro aiutante che, con una “spiriceddra”, riversava l’acqua nelle “caseddri” in una retrocalda (vasca), detto “assummaturi d’acqua”; vi era anche un operaio “pitiniaru”, che raccoglieva quella minima quantità di sale detta “pitinia”, che rimaneva alla base di ogni “munziddruni” dentro la casella; ancora c’era un uomo “tavularu” che disponeva di tavole di legno “tavuluna” che metteva tra l’“ariuni” e il cumulo, dove i salinari salivano per svuotare  le ceste di sale; altra figura nota era il ragazzo “acqualoru”, che distribuiva l’acqua da bere contenuta in un recipiente di terracotta, detto “quartara”. Per ultimo restava il ragazzo “baddaronzularu” mandato dagli “staciuneri” come riconoscenza al “curatulu”.
L’ultima figura della scala gerarchica della salina era “u signaturi”, che contava le “catteddre” di sale trasportate sull’“ariuni”. Questi segnava sulla “tagghia” le “sarme” (ogni salma era costituita da venti chili di sale); inoltre “u signaturi” comunicava al “curatulu” quanto sale era stato raccolto per ogni “caseddra” e poi  azzerava la “tagghia”.
Purtroppo, oggi,  questo tradizionale sistema gerarchico si è sfaldato, trascinando con sé tutto il duro lavoro ed il sacrificio degli uomini che in passato diedero un importante contributo all’universo umano della salina.


Per info e prenotazioni visite guidate:
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Salina Calcara di Trapani e Paceco - Addetti alla salicoltura

La salicoltura nelle Saline di Trapani

Nelle nostre saline l’estrazione del sale dall’acqua marina avviene per evaporazione spontanea, grazie al clima caldo-umido e alla struttura fisica delle coste esposte continuamente a venti caldi e secchi.
La campagna del sale in Sicilia si protrae da marzo ad ottobre, in quanto la temperatura media annua aumenta lentamente fino ad aprile, più rapidamente a maggio e giugno, giungendo ai massimi valori nei due mesi estivi, a settembre poi la temperatura diminuisce gradualmente annunciando la stagione invernale poco rigida e piovosa. La descrizione che ci accingiamo ad esporvi è riferita al passato poiché il lavoro della salina, a quel tempo, veniva svolto quasi esclusivamente a mano, accompagnato da vecchi canti tramandati da padre in figlio.



Il ciclo del sale si articolava in diverse fasi concatenate l’una all’altra. La prima operazione, che aveva inizio, l’indomani di San Giuseppe, prendeva il nome di “assummari a salina” e consisteva nello svuotare le vasche, tramite pompe o spire, dell’acqua residua del periodo invernale. Successivamente venivano ripristinati gli argini, il fondo delle vasche, puliti i canali e sistemate le diverse parti della salina danneggiate durante il periodo di sosta invernale. Effettuata l’operazione di ripristina dei vasi più esterni, si proseguiva ad “ittari ‘n funnu a salina”, cioè al riempimento della “fridda”, sfruttando il gioco delle maree o la forza del mulino a vento.

Già nel mese di aprile ,’acqua, precedentemente raccolta nella “fridda”, acquistava un grado di salinità maggiore ed assumeva un colore più chiaro. A questo punto si dava inizio all’operazione di travaso dell’acqua da una vasca all’altra, preceduta dal necessario lavoro di ripristino e compattamento dei vasi man mano interessati. Il “vasu cultivu”, dove si conservava “l’acqua matri” della stagione precedente che era destinata ad essere riutilizzata come lievito nella nuova campagna, veniva svuotato dall’acqua piovana rimasta in superficie a causa del suo peso specifico meno elevato rispetto “all’acqua matri”.

Conseguentemente all’aumentare del grado di salinità si lasciava defluire l’acqua dei vasi al “vasu cultivu”, per caduta naturale dell’acqua a causa del dislivello del suolo, e quindi alle “ruffiana e ruffianeddra”.
Prima di continuare a fare defluire l’acqua nelle vasche degli ordini successivi si procedeva ad una accurata risistemazione e pulitura delle “cauri” e delle “caseddri”, che iniziava col prosciugamento dei bacini per mezzo di una “spiriceddra” azionata a mano e, nel caso in cui il fondo dei vasi risultava particolarmente fangoso, si lasciava asciugare per qualche giorno sino a quando il fango misto al sale, chiamato “mammacaura”, diveniva più compatto.

Quindi i salinari lo ammucchiavano sul fondo delle vasche stesse, dandogli la forma di pesce, detto “pisciteddru di mammacaura”, che una volta ben asciutto si utilizzava per compattare il fondo, le pareti delle “cauri” e il piano dell’“ariuni”, grazie al suo alto potere impermeabilizzante che impediva l’infiltrazione di acque esterne.
Infine veniva svolta la pulizia delle “caseddri“, dette “tirari a piaia”, utilizzando abitualmente un rastrello di legno, mentre se il fondo era fangoso e non uniforme i salinari lo spianavano con il “ruzzulu” e lo impermeabilizzavano con la “mammacaura”.

In ultimo, il fondo delle “caseddri” veniva cosparso di sabbia finissima, proveniente dall’Isola Grande sello Stagnone di Marsala, allo scopo di accumulare calore solare durante il giorno per poi renderlo nel corso della notte. Giunti a metà maggio, le “caseddri” erano pronte ad accogliere il liquido salmastro e dare così inizio al ciclo produttivo.
Da questo momento fino ad arrivare alla metà di giugno i salinari, in particolare “u curàtulu” e i “staciuneri”, “maniavanu u sali”, cioè osservavano con minuziosa attenzione il graduale aumento di salinità dell’acqua nei vasi, basandosi un tempo esclusivamente sulla loro esperienza accumulatasi di generazione in generazione.

 

Il salinaio infatti riconosceva il giusto grado di salinità dalla consistenza dell’acqua “filiari”, dal suo cattivo odore, dal colore cangiante dal rosa al rosso, per arrivare infine al bianco splendente; inoltre capiva per esempio che l’acqua aveva raggiunto i 25°-26° Bè quando, tirando una monetina da lire 10 nelle “caseddri”, questa non affondava, oppure, quando ai bordi delle “cauri”, si formava un sottile strato di schiuma “u rabbiù”.
Più tardi, fino ai nostri giorni, venne utilizzato l’areometro di Baumè, detto “pisasali”, strumento che rende più semplice e veloce la rilevazione del grado di salinità. L’operazione di “maniari u sali” era molto importante poiché da questa scaturiva la buona riuscita della raccolta, in quanto i salinari dovevano mantenere il giusto equilibrio nei bacini aggiungendo “acqua fatta” nelle “caseddri”, “stimpirari”, quando questa evaporava anticipatamente. Inoltre per mantenere a regime la salina si procedeva a “ittari a facciu”, ossia ogni giorno si lasciava defluire una “caura” in tre “caseddri” per sei giorni consecutivi.

Non appena nelle “caseddri” la superficie raggiungeva circa i dieci centimetri di spessore, si effettuava la raccolta, non prima però di aver ammorbidito la crosta con l’afflusso dell’“acqua fatta”; tale acqua oltre che ad ammorbidire la crosta serviva anche ad aumentare la produzione del sale. Fatto questo lavoro, si procedeva a “muddrari a salina”, cioè alla frantumazione della crosta salmastra per mezzo di “paluneddru” e del “palu pì rumpiri”, in tal modo la superficie delle “caseddri” assumeva un aspetto granuloso.
A questo punto il lavoro degli uomini della salina dipendeva dalle condizione atmosferiche, infatti se pioveva la superficie delle vasche salanti si ricompattava, pertanto, gli operai dovevano rifrantumarla con l’erpice “effici”; mentre se seguivano giorni di bonaccia, sulla superficie salmastra sorgevano cumuli di diverse dimensioni, detti “nevuli”, che gli operai dovevano appiattire con l’erpice, usato dal lato liscio.



Trascorsa così un’intera settimana per l’espletamento di questa operazione, si attendeva il momento della raccolta.
Giunti a metà luglio, per lo svolgimento dell’operazione successiva, venivano assunti degli operai stagionali, detti “staciuneri”, e degli “omini ‘dda venna”, ossia trasportatori a cottimo, Ma prima della raccolta del sali si procedeva alla fuoriuscita dell’“acqua matri” dalle caselle lasciando asciugare il sale per qualche ora.
Per facilitare il defluire dell’“acqua matri” dalle caselle, gli operai “mittianu a caseddra ‘n curria” costruendo con appositi attrezzi “palu e paluneddru” dei canali di scolo principali, chiamati “spiatura”, ai quali affluivano altri canali minori a reticolo.

Inoltre, periodicamente, si procedeva a “spurari i spiatura”, cioè venivano liberati i canali principali dal sale condensato, che ostacolava lo scorrere dell'”acqua matri”, con l’ausilio di una “spiriceddra a manu” manovrata da un giovane detto “assummavasu” o “assummaturi d’acqua”. A questo punto si “ammunziddrava u sali”, ossia gli operai sotto il controllo del “capurtitara” formavano i “munzeddri”, dei cumuli di sale dalla forma conica alti circa un metro. In ultimo gli “omini ‘dda venna”, ingaggiati per “nesciri u sali”, procedevano a trasportare il sale, accumulato il giorno precedente, sull’“ariuni”.

Gli “omini ‘dda venna” si suddividevano in due squadre, la prima di “spalatura” che riempiva di sale le “catteddri”, mentre la seconda di “cattiddrara”, di numero doppio, che le trasportava sulle spalle poggiandole su un cuscinetto “cuscineddru” imbottito di paglia, fino a raggiungere l’“ariuni”, dove le svuotava, formando un “munziddruni”, cumulo di sale dalla forma prismatica, che veniva ricoperto da tegole di terracotta “ciaramiri“. Responsabile delle operazioni di trasporto del sale era il “capuvenna”.


Tra i due compiti svolti dagli “omini ‘dda venna”, l’ultimo risultava più faticoso in quanto dalle “catteddri” fuoriusciva un liquido salmastro che causava delle piaghe sulle spalle degli operai; proprio per questo le due squadre si alternavano, dopo aver trasportato dieci salme di sale “dicina”, registrate dal “signaturi” sulla “tagghia”, corrispondenti a duecentoquaranta ceste. Per alleviare la fatica dei “cattiddrara” alla antica cesta in fibre vegetali venne sostituita dapprima la “cattedra” in lamierino zincato e in seguito la “carriola”.

Concluso il primo ciclo di raccolta, allo scopo di effettuare altre raccolte di sale, i salinari lasciavano sul fondo delle “caseddri” del sale che unito all’acqua facilitava la sua cristallizzazione. Detta operazione si ripeteva nel corso della stessa campagna estiva altre volte, giungendo in casi eccezionali ad effettuare in ottobre inoltrato la quarta raccolta.
Al periodo di intensa attività della salina seguiva quello invernale caratterizzato da quella stasi durante la quale la stessa sembrava cadere nel sonno , mentre in effetti gli uomini della salina svolgevano tutti quei lavori di manutenzione di cui necessitavano i bacini salanti, si dedicavano alla raccolta del pesce e al trasporto del sale ormai piazzato sui mercati di consumo.

Nel corso del tempo il trasporto del sale è stato affidato a diversi mezzi di locomozione: per via terrestre ai carri, per via fluviale alle barche. Molte saline, per facilitare il trasporto, erano dotate di canali “canali di mezzu”, che affluivano direttamente nel porto di Trapani, della larghezza di 4-5 metri e della profondità di 2-3, tanto da costituire una rete lunga fino a 16-18 chilometri.
Le imbarcazioni utilizzate erano di due tipi: gli “schifazzi”, barche a vale ad un solo albero, molto leggere e con poco pescaggio, manovrate da un solo uomo e capaci di un carico di 50 salme, e le “muciare”, piccole barche senza vela né ponte, che navigavano a rimorchio.
Le saline che non avevano accesso diretto ai canali dovevano ricorrere ad un primo trasporto per via terrestre mediante carri.


Per info e prenotazioni escursioni guidate:
[ Tel. Rossana: 320 7961240 | Mail: salinacalcara@gmail.com ]
[  Incrocio Via verdi/Via Calcara – Fr. Nubia – Paceco, Salina Calcara ]


 

Salina Calcara di Trapani e Paceco - Addetti alla salicoltura

“Vuci di salinaru” (Canti dei Salinari)

I canti di lavoro dei salinari sono delle filastrocche in dialetto svolgenti l’importante funzione di ritmare le operazioni collettive e contabilizzare le unità di prodotto accumulato.


Ora cu l’havi salalina
na cantatedda fazzu di matina,
circannu di quariari; tri iddu nn’havi,
forza, picciotti mei, e sunnu sei.
Ti manciasti li sicci e li muletti
si cuntu li cartelli fannu setti.
Talia quantu è beddu stu picciottu
aisa e metti ‘n coddu e suunu ottu,
mi pari c’un si movi e nni fa novi;
aisu puru a cartidduzza mia
durici vacunedda haiu a la via,
ma di comu firria lu canali
a to calata quattordici nn’havi.
Oh darreri nn’haiu quinnici
vegna, picciotti mei, nn’avemu sirici.
Assira si mangiaru ‘u purpu cottu
allestiti a acchiappari e dicirottu;
e ora accabbamu e un nn’haiu chiui
forza picciotti mei, e su’ vintirui.
Salarini, nn’avemu vintitrini
certu ch’è veru mattu vintiquattru,
chista di vinticinqu la tagghiari
e la dicina è lesta e ‘a lassu stari.
E tagghiari vulemu a vuci longa
e chiamari vulemu la Madonna.
Madooonaaaa…

Mentri semu ‘ncumpagnia
‘nta sta santa matinata
pi’ purtari l’armunia,
jò mi fazzu sta cantata.

Mentri cuntu li carteddi
cu sistema di salina
caminannu picciutteddi
ni scuzzamu sta dicina.

Cu stu sali di salina,
mi divertu a lu cuntari,
comu a tagghia è bedda china
semu pronti pi’ mangiari.

Semu quasi tutti stanchi,
soccu à dittu nun mi pentu
e chiamamu a centu salmi
a lu santu Sacramentu.

Comu nostra divuzioni
misi a forma di culonna
pi’ na bona culazioni
ni chiamanu la Madonna.


Per info ed escursioni:
[ Tel. Rossana: 320 7961240 | Mail: salinacalcara@gmail.com ]


 

Salina Calcara di Trapani e Paceco - Panoramica Saline

Struttura e funzione delle Saline

Le Saline della Sicilia occidentale comprendono essenzialmente quattro ordini di vasche dalla forma rettangolare irregolare, dovuta alla conformazione naturale del luogo, e le cui grandezze e profondità diminuiscono all’aumentare dell’ordine stesso; inoltre il numero delle vasche varia in funzione del territorio di ogni salina e della produzione a cui questa mira.
Viste dall’alto, o su di una piantina, si presentano come una scacchiera variopinta con bacini separati gli uni dagli altri da canali.
Il primo ordine di vasche comprende la “fridda”, un’ampia e profonda vasca separata dal mare da una doppia fila di conci di tufo “cantuna” di Favignana, legati e isolati da fango, che prende il nome di “traversa”.
Nella “fridda” che può trovarsi in prossimità del mare oppure distanziata da questo, ma collegata tramite un canale, l’acqua entra dall’apertura di una chiusa “putteddra” sfruttando il gioco delle maree.
Al secondo ordine appartengono i vasi di “acqua crura” o retrocalde e il “vasu cultivu o di guvernu”.
Nei primi, l’acqua proveniente dalla “fridda” viene pompata dal mulino a vento poichè il loro livello è superiore a quello del mare. In queste vasche, per effetto dell’evaporazione spontanea dell’acqua, la salinità aumenta passando dai 3,5°-4° Bè agli 8°-10° Bè.
Il “vasu cultivu” ha funzione di riserva, in quanto l’acqua, detta “acqua matri”, in esso contenuta svolge la funzione di diluente, quando nelle vasche successive i sali precipitano anticipatamente, e di lievito per le campagne seguenti. Le sue acque hanno una salinità di 10°-12° Bè.



Nelle vasche appartenenti agli ordini appena elencati viene praticata la piscicoltura, poiché in esse il grado di salinità è prossimo a quello del mare, consentendo così ai pesci di svolgere il loro ciclo di vita in un habitat quasi naturale.
Al terzo ordine appartengono le vasche mediatrici, dette appunto “ruffiana e ruffianeddra” per la loro posizione intermedia tra il “vasu cultivu” e le “caseddri”, unite tra loro dal “canale d’acqua crura”, in queste vasche la salinità raggiunge i 16° Bè.
L’ultimo ordine è costituito dalle vasche “cauri”, in cui “l’acqua fatta”, attraverso il processo di evaporazione, raggiunge unsa salinità pari ai 18°-20° Bè. Intanto che l’acqua fatta passa da una caura all’altra, dalle dimensioni sempre minori, deposita i sali addensati riducendo il proprio volume. Accanto alle “cauri” troviamo le vasche servitrici “sintine”, introdotte in tempi più recenti, per l’equa distribuzione dell'”acqua fatta” nelle caselle salanti, qui il grado di salinità raggiunge i 22°-24° Bè.
Ai quattro ordini di vasche seguono le caselle salanti, dette “caseddri”, in cui la salinità è di 25°-26° Bè, che si distinguono dalle precedenti per la loro forma quadrilatera regolare, dal fondo piano ed impermeabilizzato, disposte l’una accanto all’altra e affiancate da uno spiazzo “ariuni”, dove viene accumulato il sale raccolto nelle “caseddri”.
Separano una vasca dall’altra i “vrazza” (argini) aventi le stesse caratteristiche della “traversa”, ma di larghezza e altezza minore.
Nelle vasche appartenenti agli ordini successivi al secondo, l’acqua giunge alle vasche sfruttando la prendenza naturale del suolo e non più il mulino a vento o le pompe.


Per info e prenotazioni visite guidate:
[ Tel. Rossana: 320 7961240 | Mail: salinacalcara@gmail.com ]
[ Sito: www.salinacalcarapaceco.eu ]


Salina Calcara di Trapani e Paceco - Mappa Saline

Saline di Trapani e Oasi WWF

Saline di Trapani e Oasi WWF

Le Saline di Trapani e Oasi WWF sono un ecosistema incontaminato e straordinario, così come quello della Salina Calcara; un habitat che non troverete in nessun’altra provincia della Sicilia o d’Italia.

La Riserva naturale delle Saline di Trapani e Paceco (e le aree circostanti: Nubia, Marausa, Mozia), in quanto zona umida di notevoli dimensioni, ha tutte le caratteristiche ambientali di una laguna salmastra e come tale attira numerose specie di uccelli, anche rari.
Negli ultimi anni sono state censite circa 170 specie diverse di uccelli, tra cui fenicotteri, aironi, cicogne e gru, che frequentano la zona lungo l’intero arco dell’anno.

Il parco naturale delle Saline trapanesi offre delle possibilità irripetibili di osservazione sia per la particolarità delle specie presenti, che per l’ambiente pittoresco che ne fa da scenario.
Oltretutto l’Oasi protetta si trova all’interno di un Sito d’Importanza Comunitaria (SIC ITA010007) nei comuni di Trapani e Paceco.


Per info e prenotazioni escursioni guidate:
[ Tel. Rossana: 320 7961240 | Mail: salinacalcara@gmail.com ]
[ Ubicazione: Incrocio Via verdi/Via Calcara – Fr. Nubia – Paceco, Salina Calcara ]


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Escursioni guidate in Salina Calcara: clicca qui per info

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Per info e prenotazioni escursioni guidate:
[ Tel. Rossana: 320 7961240 | Mail: salinacalcara@gmail.com ]
[ Ubicazione: Incrocio Via verdi/Via Calcara – Fr. Nubia – Paceco, Salina Calcara ]

 

Escursioni nelle Saline di Trapani presso Salina Calcara

Escursioni nelle Saline di Trapani, Oasi WWf, presso Salina Calcara

Tutte le info per prenotare escursioni guidate dentro una delle più belle Saline di Trapani, protetta come Oasi WWF: la Salina Calcara di Trapani e Paceco.
Le info a seguire sono complete di orari, giornate e prezzi per le varie fasce di utenti, del mese corrente.


Orari e prezzi per escursioni nella riserva delle Saline di Trapani

Si propone l’apertura del sito turistico della Salina CalcaraLe visite consistono in:

NELLE GIORNATE DI APERTURA PREVISTE IN CALENDARIO:

  • transfert gratuito dal punto di ritrovo all’isola calcara, durante il quale si procederà con la spiegazione
  • ingresso (adulti 4,00 euro – bambini 3,00)

OPPURE SOLO SU PRENOTAZIONE (min. 10 persone):

  • visita con guida che accompagnerà gli ospiti per tutta la durata della visita
  • ingresso (adulti 8€ – bambini 5€)

La visita consisterà in:

  • Transfert gratuito dal punto di ritrovo all’Isola Calcara, durante il quale si procederà con la spiegazione
  • ingresso a tariffa (quota adulti: € 4,00 / quota bambini – sotto i 18 anni: € 3,00).

PUNTO DI INCONTRO:  Via Calcara S.N., 91027 Nubia – Paceco, Trapani (TP)


Info e prenotazioni escursioni guidate:
[ Tel. Rossana: 320 7961240 | E-mail: salinacalcara@gmail.com ]
[ Ubicazione: Incrocio Via verdi/Via Calcara – Fr. Nubia – Paceco, Salina Calcara ]


(clicca su immagine per vedere il volantino)

Salina Calcara di Trapani e Paceco - volantino info
Salina Calcara di Trapani e Paceco – Volantino info


[ Tel. Rossana: 320 7961240 | E-mail: salinacalcara@gmail.com ]
[ Ubicazione: Incrocio Via verdi/Via Calcara – Fr. Nubia – Paceco, Salina Calcara ]

Salina Calcara di Trapani - Fauna ittica

La piscicoltura nelle saline di Trapani

E’ ormai noto che nuovi e sempre maggiori interessi scientifici ed economici, unitamente ad una diversa dieta caratterizzata da un consumo crescente di prodotti ittici, nonché il continuo aumento della popolazione mondiale, abbiano indotto l’uomo alla ricerca di una valida alternativa alle abituali risorse alimentari; tale è stata definita la scoperta dell’acquacoltura: produzione ed allevamento di “novellame” a carattere industriale, il cui ciclo dura da 2 a 3 anni.

L’acquacoltura in Sicilia, nonostante abbia un uso recente, ha una tradizione remota, tant’è che la si può far risalire ai Romani, i quali avevano creato dei “piscinarium” servendosi di pozze costiere scavate nel tufo.

Nella odierna Sicilia, le maggiori aree idonee alla produzione di sale ed alla piscicoltura sono quelle del versante occidentale e nella fattispecie il tratto di costa compreso fra Trapani e Marsala, poiché sia la temperatura mite dell’acqua, sia il suo basso grado d’inquinamento favoriscono questo tipo di attività.
 Nel trapanese, le saline che alternano la produzione del sale a quella della piescicoltura sono le seguenti: Galia Cascio, Bella, Maria Stella, Chiusicella, Calcara, Morana, quest’ultima comprende la Vecchia, la Vecchiarella e la Alfano (gruppo S.I.E.S.).



Gli allevamenti maggiormente praticati nel comprensorio sono essenzialmente di tre tipi: estensivo, semintensivo ed intensivo; la loro differenza è dettata da un intervento più o meno marcato nella fase produttiva del novellame.
Il sistema estensivo è quello che, fra i tre poc’anzi elencati, non prevede l’intervento dell’uomo, poiché le specie ittiche allevate traggono il loro nutrimento direttamente dall’ambiente naturale.
Nel sistema semintensivo, l’intervento dell’uomo, caratterizzato da una pulizia periodica degli invasi, è parziale.
In questo tipo di allevamento, il nutrimento naturale dell’ambiente circostante non è più sufficiente, di guisa l’uomo deve intervenire distribuendo periodicamente scarti di pesca o mangime artificiale.
I ricambi d’acqua vengono assicurati dalle maree o da stazioni di pompaggio. Infine, nel sistema intensivo, l’uomo agisce in maniera totale agevolando una più veloce e sicura crescita dei pesci.
Comunque, per la quantità di pesce allevato, gli impianti di più notevole sviluppo sono i cosiddetti “allevamenti intensivi”, realizzati sulla terraferma.



Nelle saline, le vasche adibite alla coltivazione del pesce sono quelle prossime al mare, ossia le cosiddette “fridde” e “vasi”, le quali sono caratterizzate da una salinità e da una temperatura più basse, rispetto agli altri invasi esistenti nelle stesse saline.
Nelle “fridde”, in base a quanto è stato detto sopra, si coltiva l’orata “arateddra”, invece, nei “vasi” la spigola “spina” ed il cefalo “muletto”, quest’ultimi resistono anche là dove la salinità è maggiore.
Nelle “fridde”, altre specie ittiche presenti sono: l’anguilla “anciddra”, la salpa “mangiaracina”, il sarago, la sogliola “linguata”, il nono “muzzaro”.

I lavori di preparazione, relativi alla coltivazione del pesce si verificano verso la fine del mese di dicembre e consistono nella pulizia delle vasche, ossia nell’eliminazione di gran parte del fango “fangu vivu” depositato in esse, facendone rimanere una minima parte per lo sviluppo della flora marina, necessari per l’alimentazione dei pesci.
Ultimati i suddetti lavori, i salinari si apprestano ad alzare gli appositi sportelli in legno “i vucchi”, necessari a garantire l’afflusso d’acqua ed al suo rinnovamento; l’apertura degli sportelli deve raggiungere i 20 cm. Nel mese di gennaio, essi vengono abbassati per non permettere che l’acqua superi i 100-120 cm.

La pesca del novellame “nunnata”, che avviene nel periodo compreso fra febbraio e marzo, ha luogo o lungo le coste del litorale trapanese o lungo i seguenti fiumi: Lenzi, Verde Rame, Morici; la rete usata per questo tipo di pesca è lo “sciabbicune”, molto fitta soprattutto verso la fine; al centro di quest’ultima vi è il “puzzale”, il cui scopo è quello di imprigionare gli avannotti.
Nei tempi passati, il materiale usato per la realizzazione di questa rete era il cotone, oggi è il nàilon. Una volta pescati gli avannotti, i salinari versano quest’ultimi nelle apposite vasche “fridde e vasi”. Le fridde sono alimentate o da acqua proveniente direttamente dal mare, o dalle stazioni di pompaggio.

L’acqua marina trasporta plancton, un alimento fondamentale per i molluschi, che trovano il loro habitat la sabbia e il fango.
Fra la specie di molluschi presenti nelle vasche, la più comune è quella del “cardium costatum”, che costituisce il maggior nutrimento dell’orata.
verso la fine di dicembre si assiste alla tradizionale raccolta del pesce, attraverso metodi prettamente artigianali, quali l’entrata dei salinari nelle suddette vasche quando l’acqua raggiunge un livello minimo, utilizzando reti come il coppo e “u rizzagghiu”.
Il coppo è uno strumento munito di un retino, al quale è agganciato un manico in legno. “U rizzagghiu” consiste, invece, in una rete dalla circonferenza di circa 12 metri, che dapprima viene raccolta in una mano e successivamente gettata all’interno delle vasche.

Dopo la cattura del pesce, i salinari distribuiscono il pescato in diverse cassette, secondo la diversa specie e il diverso peso, che mediamente non deve superare i 400 gr., per poter così dare vita ad un fiorente mercato, nonché a piatti succulenti. E’ usanza dei salinari festeggiare la fine della pesca con una abbondante mangiata di pesce.


Per info e prenotazioni visite guidate:
[ Tel. Rossana: 320 7961240 | Mail: salinacalcara@gmail.com ]
[ Sito: www.salinacalcarapaceo.eu ]